
“E vi sono opere teatrali — e libri, e canzoni, e poesie, e danze — che forse turbano, che sono intricate o insolite, che ti lasciano nell’incertezza, ma alle quali pensi il giorno dopo, e forse per una settimana, e forse per il resto della vita. Perché non sono limpide, non sono ordinate — eppure c’è in esse qualcosa che viene dal cuore, e che al cuore, perciò, arriva”
(David Mamet, regista)
Con questa citazione Luca Gallesi, che da decenni legge, studia, traduce le opere di Ezra Pound, ha chiuso la sua conferenza, parlando dei Cantos. Opera complessa che ha impiegato gran parte della sua vita a scrivere, e la cui lettura è tutt’altro che facile. Pound, che per tutta la vita cercò con determinazione di essere il più grande poeta vivente, vuole scrivere il grande poema epico americano, in cui il male, identificato con l’usura, il mostro che ha causato tanti morti nella Prima guerra mondiale, cui si contrappongono i grandi uomini della storia, come il modello di legislatore Confucio o i padri della Costituzione americana. Lo scopo è di dare agli uomini la possibilità di trovare la felicità in questa vita.
Un’opera frammentaria, da leggere come corpus unico ma anche separatamente libro per libro, e come per una ricerca alchemica vale il “Lege, lege, relege et invenies”.
Quasi fosse una detective story ci mette sulle tracce del cattivo: l’usura, che
“arrugginisce il cesello
arrugginisce arte ed artigiano
tarla la tela nel telaio”
e distrugge i sogni dei giovani.
Ezra Pound vuole donarci le chiavi per trovare il Paradiso in questa vita, e lo fa con i Cantos.


